L’anarchismo è morto, viva l’anarchia! [1]

 
[ Questi frammenti nascono innanzi tutto da un’esigenza di chiarezza nei confronti di me stesso. Cosa può dirsi e, in subordine, cosa può dirvi una singolarità post-stirneriana e sovranamente ironica? E poi,  una volta che ci saremo detti le cose essenziali, ritrovandoci magari d’accordo su di esse, cosa potremo fare insieme? Quali comunità inconfessabili riusciremo a creare e a contrapporre allo Stato biopolitico? Quanta poesia riusciremo ad innescare? E quanta ne sopporterà il sistema prima di saltare in aria? ]

 

 


 

Chiunque vi decanti in buona fede le verità dell’anarchismo è un ciarlatano, un sovversivo a metà, un talento mancato. Chiunque voglia imporvi una qualche idea di comunismo – per quanto vaga – è e resta un nemico della migliore comunità umana possibile ed è sempre in cattiva fede. Chiunque vi annoi o vi blandisca con la propria poesia – scritta o non scritta – è solo l’ennesimo nipotino stolto di Rimbaud, patetico e disprezzabile quanto il seppellirsi borghesemente in un deserto vendendo chincaglieria a un’umanità di servi.

 

L’anarchia è un’unità d’intenti che si concretizza attraverso la creazione e lo sviluppo di comunità combattenti, i cui membri – singolarità diversamente uniche – si amano partendo da una conoscenza estetica e amicale del mondo. Unione di egoisti illuminati. Comune di amanti. Macchina da guerra po-etica contro la superstizione dell’essere. [ Non tutti i miei amici sono anarchici. Non tutti gli anarchici saranno miei amici. ]

 

Max Stirner + Lautréamont + la Columna de Hierro = un’idea “passabile” di sovversione dell’esistente?

 

Il discorso di Stirner, preso nella sua globalità, è una fiumana vandalica in cui si sentenzia lucidamente e senza tregua sulla qualità, la forza e la singolarità dell’io. Attaccando e invalidando tutti i valori e le strutture metafisiche del pensiero, il filosofo tedesco – come una sorta di Sade redivivo che ha masticato Hegel per poi risputarlo – fonda il suo incessante monologo sull’esaltazione dell’unica realtà che ritiene davvero esistente: vale a dire se stesso, l’unico, il sovrano “proprietario” di sé, l’egoista illuminato, avido di godersi compiutamente e senza mezzi termini. La sua, è l’affermazione dell’uomo che si crea da sé contro tutti i concetti, e contro lo stesso concetto di unicità – che secondo Stirner è “indicibile”, non afferma nulla, non ha alcun fondamento, e non può neanche essere definito attraverso il nostro linguaggio “cristiano”, poiché si basa sull’io singolare che non ha né causa né principî e che, con furibonda ironia, si vuole ostinatamente al centro dell’universo. Ma l’egoista stirneriano non riesce con le sue sole forze a dispiegare pienamente le capacità di cui dispone. Pur non sacrificandosi mai per il bene di una collettività indistinta o astratta – che non riconosce come propria –, giunge tuttavia ad associarsi puntualmente, con alcuni dei suoi “simili”, in quella che Stirner definisce unione degli egoisti. Nasce in tal modo la dimensione relazionale dell’unico, che si basa dinamicamente su un ri-associarsi ininterrotto, un rapportarsi al mondo che dà vita al godimento di sé in legami interindividuali che non eclissano le qualità dei singoli partecipanti, poiché quest’incessante ri-aversi, nell’ambito della comunanza che si sceglie, tra uomini diversamente unici, non comporta l’istituzionalizzazione della propria vita di relazione in schemi di potere. Nell’associazione propugnata da Stirner, dove ci si fa dono delle proprie forze vitali nell’unione degli egoismi singolari, viene allora ad affermarsi il bisogno di vivere la presenza del proprio corpo, di sentire la vita, di farla veramente propria, di goderla nella sua effettiva e caduca unicità, insieme e attraverso l’unicità degli altri. L’uomo si spinge così a concretizzare tutte le esperienze che nascono dalla materialità dei corpi. La sua carnalità, il suo desiderio, la sua ricerca della gioia lo pongono in uno stato di frenesia da cui parte la conquista del mondo. Da qui, ogni esperienza viene vissuta nell’immediato e nella prospettiva immanente della gioia. In tal modo, anche la sofferenza, anche gli errori, anche gli stessi limiti della propria unicità diventano gli elementi di un gioco che va significando, giorno dopo giorno, e senza fine apparente, la compiutezza sovrana della propria vita.

 

[ 1 - continua ]